Sai, a volte penso che il calcio sia tutto per alcuni di noi. Ma poi arriva una telefonata, una notizia, e capisci che non è così. Vincenzo Montella ha ricevuto una di quelle telefonate. Sua sorella Caterina se n’è andata a causa delle gravi ferite riportate dopo un incidente avvenuto nella propria abitazione, e tutto il resto perde di colpo il senso che aveva fino a poco prima.
La Federazione turca ha diffuso il comunicato ufficiale, quello che annuncia al mondo intero che qualcosa di importante è stato spezzato. Apprendiamo con profonda tristezza della scomparsa di Caterina Montella, sorella del nostro commissario tecnico della Nazionale, Vincenzo Montella. Esprimiamo le nostre più sentite condoglianze innanzitutto al nostro ct, così come a tutta la sua famiglia e ai suoi cari. Leggi queste parole e senti il peso della realtà che travalica gli stadi e gli undici contro undici.
La provincia napoletana dove tutto è cominciato
Montella ha 52 anni e appartiene a quel mondo dei fratelli grandi, quelli che lo hanno visto crescere a Castello di Cisterna. Erano quattro: Caterina, la maggiore, poi Emanuele, Giuseppe e Lina. Sai come funziona in famiglie così? Un ragazzino circondato da gente più grande, che impara tutto dalle loro scelte, dai loro errori, dai loro successi. La Napoli di quegli anni, quella provincia con il suo respiro particolare, dove le case si affacciano l’una sull’altra e tutti sanno di tutti.
E poi c’è stata la madre Giuseppina, che se n’è andata nel 2012. Quattordici anni fa, praticamente. Poi il padre Nicola nel 2020, un falegname che lavorò per trent’anni all’Alfasud vicino a casa, quella fabbrica leggendaria dove si costruivano le automobili e i sogni di tanta gente. Un uomo che costruiva cose con le mani, che sapeva cosa significasse il lavoro vero. È scomparso il 5 novembre all’età di 79 anni, dopo aver visto suo figlio diventare una figura di rilievo nel calcio mondiale.
Ora la sorella. Insomma, Montella in questi anni ha imparato cos’è la perdita, vero? Non è una cosa che racconti in conferenza stampa. Non è qualcosa che inserisci nel discorso pre partita.
I Mondiali turchi e quel momento strano
Montella aveva una missione: guidare la Turchia nel torneo più importante. Praticamente, il momento in cui tutti ti guardano, in cui ogni decisione tattica viene scrutinata, in cui sbagli e il mondo se ne accorge. E lì, in Nord America, le cose non sono andate secondo il piano. L’Australia lo ha battuto 2 a 0, dritto in faccia. Il Paraguay 1 a 0, ancora male. Fine della storia alla fase a gironi, quella che non è nemmeno il vero torneo, è solo la parte introduttiva dove scegliamo chi merita di continuare.
L’unica vittoria, quella contro gli Stati Uniti, è rimasta lì sospesa. Bellissima dal punto di vista estetico, completamente inutile dal punto di vista pratico. È uno di quegli ultimi gol che segni quando già sai che non ce la farai, quando ormai il danno è fatto. E sai cosa è strano? Che la Federcalcio turca, dopo tutto questo disastro, ha rinnovato la fiducia a Montella. Ha detto: non è finita, continuiamo insieme. C’è qualcosa di nobile in questa scelta, no? Non è il calcio dei grandi colpi di scena, è il calcio della fiducia, quello che a volte dimentichiamo di pratica.
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La comunità del calcio si stringe attorno
Quando succede qualcosa del genere, magari non lo raccontiamo spesso, ma il mondo del calcio ha una specie di codice non scritto. Arrivano i messaggi dalle federazioni, dai giocatori che ha allenato, dagli avversari che ha incrociato in campo. Non è il calcio dello spettacolo, quello delle telecamere e dei riflettori. È il calcio umano, quello che esiste dietro le quinte, quando spegni la telecamera e rimane solo il dolore vero. E tutto il mondo del calcio si stringe attorno a Montella, perché sa bene cosa voglia dire affrontare una perdita simile.
Montella non è soltanto un commissario tecnico che sta attraversando un momento difficile professionalmente. È un uomo che in pochi anni ha perso la madre, il padre, e adesso la sorella maggiore, quella che lo aveva visto nascere, che lo aveva accompagnato nei primi passi. È uno che sa cosa significhi il lutto, che ha imparato a convivere con l’assenza. Non è il tipo di lezioni che vorresti imparare, ma è quello che la vita a volte decide di insegnarti senza chiedere il permesso.
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Radici che non si dimenticano
Castello di Cisterna rimane lì, nella memoria di Montella. È il posto dove ha imparato a giocare, dove i fratelli lo guardavano con quella sorta di protezione che caratterizza le famiglie numerose. Caterina era la più grande, quella che aveva visto il mondo prima di lui, quella che gli aveva insegnato qualcosa del vivere. E adesso non c’è più. È strano, sai, come una persona che c’è stata per tutta la tua vita improvvisamente non c’è più. Come se mancasse una parte della tua storia personale.
La memoria, però, quella funziona diversamente. Non te la portano via nemmeno le tragedie. Restano i ricordi, le immagini, le sensazioni di quando eravate insieme a tavola, quando vi aiutavate con i problemi della vita. Montella continuerà a fare il suo lavoro, probabilmente. Perché è così che funzionano le persone forti, quelle che hanno affrontato la perdita più volte. Non smettono. Vanno avanti, portandosi dentro quello che hanno perso, usando quella esperienza per comprendere meglio la fragilità delle cose.
Il calcio dirà le sue cose, farà le sue riflessioni, poi passerà oltre. Ma Montella sa bene che certe cose non passano mai davvero. Restano, e trasformano chi siamo.